Obiettivi europei, tempi di recepimento in Italia e cosa cambia per chi possiede una casa in classe energetica bassa.
In questo articolo troverai:
- Cos’è la direttiva EPBD e cosa introduce di nuovo
- Gli obiettivi di riduzione dei consumi fissati dall’Unione europea
- A che punto è il recepimento in Italia
- Quali edifici saranno interessati per primi
- Se le case in classe F e G sono davvero a rischio
- Cosa cambia (e cosa non cambia) per vendita e affitto
- Come iniziare a prepararsi, senza rincorrere scadenze inesistenti
La cosiddetta Direttiva Case Green definisce il percorso europeo per ridurre i consumi energetici e le emissioni degli edifici, con l’obiettivo di arrivare entro il 2050 a un patrimonio immobiliare a emissioni zero.
Per capire cosa comporta concretamente, però, è importante distinguere gli obiettivi fissati dall’Unione europea dalle regole che devono essere introdotte nei singoli Paesi. La direttiva, infatti, non impone a tutte le abitazioni di raggiungere una determinata classe energetica entro una stessa data.
L’Europa stabilisce il traguardo, mentre le modalità per raggiungerlo dipendono dalle scelte nazionali.
Cos’è la direttiva EPBD?
IEPBD significa Energy Performance of Buildings Directive, cioè Direttiva sulla prestazione energetica degli edifici. La nuova Direttiva europea 2024/1275, entrata in vigore il 28 maggio 2024, aggiorna le regole per gli edifici residenziali e non residenziali, esistenti e di nuova costruzione.
La prestazione energetica non dipende da un solo elemento. Isolamento, serramenti, impianti di riscaldamento e raffrescamento, produzione di acqua calda, fonti rinnovabili e sistemi di regolazione contribuiscono insieme al risultato.
Per questo una riqualificazione efficace non consiste semplicemente nel sostituire un impianto o installare un pannello fotovoltaico, ma richiede di valutare il comportamento dell’intero sistema edificio-impianto.
Quali sono gli obiettivi europei?
Per gli edifici residenziali, ogni Stato dovrà definire un proprio percorso per ridurre il consumo medio di energia primaria dell’intero patrimonio immobiliare di almeno il 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035, rispetto ai valori misurati nel 2020.
Almeno il 55% di questa riduzione dovrà essere ottenuto attraverso la riqualificazione degli edifici e delle unità immobiliari compresi nel 43% del patrimonio residenziale con le prestazioni peggiori.
Questo dato richiede una precisazione: non significa che i consumi di questi edifici debbano essere ridotti del 55% e neppure che debba essere riqualificato il 55% delle abitazioni. Il 55% indica la quota della riduzione complessiva dei consumi, che dovrà derivare dagli interventi realizzati sugli immobili meno efficienti.
Per fare un esempio semplice: se uno Stato deve ridurre il consumo medio del proprio patrimonio residenziale, una parte di questo miglioramento dovrà arrivare proprio dagli edifici più energivori. Non vuol dire quindi intervenire su “il 55% delle case”, ma che gli interventi sugli edifici peggiori dovranno contribuire in modo prevalente al risultato finale.
L’obiettivo riguarda quindi la media del patrimonio residenziale nazionale, non la singola abitazione. Ogni Paese potrà decidere quali immobili coinvolgere, quali interventi promuovere e quali strumenti economici utilizzare.
Per gli edifici non residenziali, come uffici, attività commerciali e strutture ricettive, la direttiva introduce invece standard minimi di prestazione energetica basati su soglie definite a livello nazionale. Queste soglie dovranno portare alla riqualificazione del 16% degli edifici con le prestazioni peggiori entro il 2030 e, complessivamente, del 26% entro il 2033.
Il 26% previsto per il 2033 comprende quindi il 16% già interessato dalla prima scadenza e non si somma a esso. Inoltre, queste percentuali non indicano una riduzione dei consumi del 16% o del 26%, ma la quota del patrimonio non residenziale interessata dalle soglie.
Per fare un esempio pratico: se in uno Stato ci sono 1.000 edifici non residenziali, entro il 2030 dovranno rientrare nelle soglie di prestazione energetica gli edifici con le prestazioni peggiori fino a coprire il 16% del totale (quindi 160 edifici). Entro il 2033 la quota complessiva salirà al 26% (260 edifici in totale), includendo anche quelli già interessati nella prima fase.
I valori sono stabiliti dall’articolo 9 della Direttiva 2024/1275 e sono riportati anche nella sintesi pubblicata dalla Commissione europea.
Per le nuove costruzioni sono previste scadenze più dirette: dal 2028 i nuovi edifici di proprietà degli enti pubblici dovranno essere a emissioni zero, mentre dal 2030 il requisito sarà esteso agli altri nuovi edifici, salvo le eccezioni previste.
Cosa cambia in Italia?
Il termine europeo per il recepimento della direttiva era fissato al 29 maggio 2026. Ad agosto 2026 l’Italia, come gli altri Stati membri, non ha ancora completato il recepimento. Il 15 luglio la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione nei confronti di tutti i 27 Paesi, chiedendo di completare e comunicare le misure nazionali.
Questo ritardo non introduce automaticamente nuovi obblighi di ristrutturazione per i proprietari. Significa però che il quadro italiano deve ancora essere completato, definendo la traiettoria nazionale per il settore residenziale, le soglie per gli edifici non residenziali, gli strumenti di sostegno e le eventuali esclusioni.
Il recepimento dovrà inoltre coordinare l’aggiornamento dell’Attestato di Prestazione Energetica e l’introduzione di strumenti come il passaporto di ristrutturazione, pensato per programmare gli interventi nel tempo.
Nel frattempo continuano ad applicarsi le disposizioni italiane già in vigore. Oggi, quindi, non esiste un obbligo generalizzato di riqualificazione per tutti i proprietari.
Chi dovrà intervenire?
Nel settore residenziale, l’attenzione sarà concentrata soprattutto sugli edifici che consumano di più: abitazioni poco isolate, condomìni costruiti prima delle principali norme sul risparmio energetico e immobili dotati di impianti vecchi o alimentati prevalentemente da combustibili fossili.
Questo non permette ancora di stabilire quali singole abitazioni dovranno essere riqualificate. Saranno le regole italiane a definire priorità, modalità di intervento, incentivi ed eventuali eccezioni.
La direttiva consente infatti di prevedere esclusioni per alcune categorie di edifici, come determinati immobili tutelati, edifici utilizzati solo per periodi limitati, fabbricati temporanei o immobili con caratteristiche particolari. L’applicazione concreta di queste esclusioni dovrà essere precisata dalla normativa nazionale.
Per gli edifici non residenziali il percorso sarà più diretto, perché la direttiva prevede standard minimi progressivi. Aziende, attività del terziario e pubbliche amministrazioni dovranno quindi considerare la prestazione energetica degli immobili anche nella programmazione degli investimenti, delle manutenzioni e delle ristrutturazioni.
Le abitazioni in classe F e G sono a rischio?
Nell’attuale sistema italiano, le classi F e G comprendono generalmente gli immobili con le prestazioni energetiche più basse. È quindi probabile che una parte significativa delle future politiche di riqualificazione riguardi proprio questi edifici.
Questo, però, non significa che tutte le abitazioni attualmente in classe F o G debbano obbligatoriamente migliorare la propria classe entro il 2030. Per il settore residenziale gli obiettivi europei sono calcolati sulla media nazionale e non fissano una scadenza individuale per ogni casa.
Bisogna inoltre considerare che il sistema di classificazione energetica dovrà essere aggiornato. La direttiva prevede una scala da A a G, ma i valori che separeranno le diverse classi dovranno essere definiti a livello nazionale. Non è quindi detto che l’attuale classe di un immobile coincida automaticamente con quella che risulterà dopo l’aggiornamento dell’APE.
Una classe energetica bassa non rappresenta una scadenza obbligatoria, ma indica semplicemente un edificio prioritario su cui intervenire.
Al di là dei futuri obblighi, un edificio poco efficiente comporta consumi più elevati, minore comfort invernale ed estivo e una maggiore esposizione alle variazioni del prezzo dell’energia. Nel tempo, la prestazione energetica potrà incidere sempre di più anche sull’interesse e sulla valutazione economica dell’immobile.
Vendita e affitto
La Direttiva Case Green non introduce un divieto generale di vendita o affitto per gli immobili in classe F o G.
Il dubbio nasce anche dalle diverse versioni discusse durante l’iter europeo. La proposta originaria della Commissione prevedeva che le abitazioni in classe G raggiungessero almeno la classe F entro il 2030 e la classe E entro il 2033. La posizione approvata dal Parlamento europeo nel 2023 proponeva invece almeno la classe E entro il 2030 e la classe D entro il 2033. Queste ipotesi sono riportate nei documenti preparatori del Parlamento europeo.
Durante il negoziato, i requisiti riferiti alle singole abitazioni sono stati eliminati dal testo definitivo e sostituiti dagli obiettivi di riduzione dei consumi calcolati sull’intero patrimonio residenziale nazionale.
La direttiva approvata non vieta quindi di vendere o affittare un’abitazione perché si trova in classe F o G.
In Italia resta obbligatorio disporre dell’Attestato di Prestazione Energetica in caso di compravendita o nuova locazione. L’APE permette ad acquirenti e inquilini di conoscere la prestazione energetica dell’edificio.
La classe energetica potrà avere un peso crescente nelle valutazioni di mercato, perché fornisce informazioni sui consumi e sulla possibile necessità di lavori futuri. Non determina però automaticamente la possibilità di vendere o affittare l’immobile.
Come prepararsi?
Prepararsi alla Direttiva Case Green non significa necessariamente iniziare subito una ristrutturazione. Il primo passo è conoscere le prestazioni dell’edificio, partendo dall’APE o, quando è necessaria un’analisi più approfondita, da una diagnosi energetica. Entrambi valutano le caratteristiche dell’involucro, dei serramenti e degli impianti; la diagnosi consente inoltre di mettere in relazione le prestazioni calcolate con i consumi effettivi e di valutare più nel dettaglio i possibili interventi.
In base ai risultati si possono confrontare interventi sull’isolamento, sostituzione degli impianti, pompe di calore ad aria o geotermiche, fotovoltaico e sistemi di regolazione. La scelta deve tenere conto non soltanto della classe energetica raggiungibile, ma anche dei costi, dei risparmi attesi, del comfort e della compatibilità tra le diverse soluzioni.
Gli interventi possono essere programmati anche per fasi. In questo caso è importante definire fin dall’inizio una sequenza coerente, evitando che una scelta effettuata oggi renda più complessi o costosi i lavori successivi.
Il punto non è intervenire prima possibile, ma sapere da dove si parte e costruire un percorso tecnicamente ed economicamente sostenibile.
RED accompagna privati, aziende e professionisti nella valutazione e nella progettazione degli interventi di riqualificazione energetica, partendo dalle caratteristiche reali dell’edificio e dagli obiettivi di chi lo utilizza.
Per una prima analisi dell’abitazione è disponibile anche SIRES, il simulatore gratuito sviluppato da RED che consente di confrontare costi, benefici e tempi di rientro dei diversi interventi e di scaricare un report personalizzato.